30.04.2010
Tribuna » Raffaela Pocobelli

Etleboro

E li chiamarono briganti”, ma non solo. Li chiamarono anche delinquenti, ladri, ignoranti e cafoni. Il celebre film di Pasquale Squitieri, censurato e ritirato da tutte le sale, racconta dell’altra faccia dell’unità d’Italia o meglio narra la cruda realtà, quella che non è mai stata raccontata in nessun libro della cosiddetta storiografia ufficiale. La realtà di un sud che ha dovuto combattere una guerra mai dichiarata, che si è visto spogliato delle sue ricchezze. Le storie di madri che sono sopravvissute ai figli, delle donne stuprate e lasciate senza forze,inermi e ferite ad esalare nella vergogna l’ultimo respiro, degli uomini uccisi, denudati e appesi nelle piazze, per far da monito a tutti coloro che volevano opporsi alla dominazione savoiarda. Insomma altro che fratelli d’Italia: l’unità è stata imposta alle persone che vivevano nel Regno delle Due Sicilie, il terzo stato più ricco del mondo, diventando da quel giorno non italiani, come sembrerebbe naturale dedurre, ma “meridionali”.

Sì, il nostro Sud, fino al 1861, era il terzo paese più ricco del pianeta, dopo Gran Bretagna e Francia, e soprattutto era più ricco del Nord e aveva un grado di sviluppo dal punto di vista culturale, sociale, economico, politico, industriale che i nostri “fratelli” nemmeno sapevano esistesse. Dopo la conquista del “Meridione” il Nord si impossessò di tutto: delle nostre fabbriche, delle nostre produzioni, dei gioielli,  delle ricchissime casse delle banche del mezzogiorno. Ma soprattutto, il Nord spogliò i meridionali della propria dignità.

Il brigantaggio non è, come tutti credono, un fenomeno precedente all’unità ma successivo. Chiamarono briganti e ladri  gli uomini che avevano visto i loro paesi bruciare, le famiglie morire, o per mano dei piemontesi o per fame, col passare dei giorni. Gli uomini che, per sopravvivere e per combattere l’invasore, diventarono delinquenti gli uomini nascondendosi nelle montagne, cercando così di sopravvivere alla furia distruttiva e sanguinaria del nemico. E molti di quegli uomini, una volta uccisi, furono decapitati: le loro teste erano sottoposte a degli studi che ne provassero l’inferiorità.  A realizzare questi studi sull’inferiorità della “razza merdionale” fu Cesare Lombroso (Verona, 6 novembre 1835 – Torino, 19 ottobre 1909), antropologo, criminologo e giurista italiano. Studiando i crani dei meridionali, e dei briganti in modo particolare, scoprì alcune caratteristiche fisionomiche che, a suo avviso, erano comuni a tutti quei furfanti, e da qui l’eccezionale scoperta: dall’aspetto fisico era possibile scoprire i connotati psicologici e morali di una persona. Da alcune caratteristiche somatiche, tra cui la famosa “ fossetta dietro l’osso occipitale” era possibile etichettare le persone nate al Sud come ladre, come briganti. Quindi se si parla di “delinquente nato” non è opportuno punire quella persona perché è nata cosi. E così i piemontesi ottennero una giustificazione scientifica alle loro esecuzioni.

A pochi mesi dall’inizio dei pomposi festeggiamenti dedicati all’unità d’Italia, la città di Torino, in accordo con la Regione Piemonte e l’università di Torino, ha riaperto i battenti del Museo di Antropologia Criminale dedicato a Cesare Lombroso e ai suoi studi. E i meridionali, stanchi di essere presi per i fondelli in un Paese che spende migliaia di euro per festeggiare la dominazione sabauda,  si sono ribellati. Il 2011 per il Sud è un occasione per ricordare i suoi caduti: quei “furfanti”, quei “delinquenti”, quei “ladri”. Quegli eroi che sono morti per non perdere la libertà, per non perdere la dignità, per non perdere la loro terra e per non vedere le loro famiglie uccise e massacrate.  La manifestazione organizzata dal Movimento di Insorgenza Civile l’8 maggio 2010 a Torino per chiedere la chiusura del Museo Lombroso e per commemorare i nostri caduti, è un segnale forte, dal significato profondo: i meridionali iniziano la loro marcia di riconquista non solo della libertà e della dignità, ma soprattutto di riconquista della sovranità di popolo, sul territorio, sull’identità, sulla storia, sull’economia. Quello Stato che 150 anni fa ha portato via le nostre ricchezze e le nostre fabbriche, in fondo non ha mai smesso di farlo. Basti pensare agli stabilimenti fiat di Pomigliano e di Termini. Ancora oggi, come 150 anni fa, lo Stato ci costringe ad emigrare: con l’unica differenza che mentre ieri erano i braccianti a partire oggi anche i “cervelli” del Sud sono costretti a seguire il loro esempio. O il loro tragico destino.

Raffaela Pocobelli