Pur non essendo certo tra i cantori della liturgia dell'8 Marzo, per dovere di cronaca, ci è capitato di seguire varie manifestazioni ed iniziative a tema. Tra le più interessanti, a nostro avviso, va annoverata senza dubbio quella del Coordinamento donne RdB pubblico impiego che ha prodotto un ottimo documento sull'impatto che avrà sulle donne lavoratrici l'introduzione a regime dei contenuti del decreto legislativo 150, il cui vero scopo non è migliorare l'efficienza del settore pubblico, ma spianare la strada all'offensiva finale contro la pubblica amministrazione e gli ultimi avamposti dello stato sociale.
Le donne saranno inevitabilmente quelle più colpite. Il decreto prevede, infatti, una graduatoria in ogni pubblica amministrazione basata su una meritocrazia in salsa Brunettiana. I lavoratori pubblici verranno divisi in tre fasce: la prima, quella alta, dove dovrà essere collocato il 25% del personale al quale corrispondere il 50% del salario accessorio; la seconda, quella media, in cui sarà collocato il 50% del personale a cui verrà corrisposto l'altro 50% del salario accessorio e la terza, quella bassa, riservata al restante 25% del personale al quale non verrà corrisposto alcun salario accessorio. I dipendenti pubblici saranno valutati sulla base del raggiungimento di obiettivi anche individuali, ma anche per il contributo dato al raggiungimento degli obiettivi di struttura, per le competenze dimostrate e per i comportamenti professionali ed organizzativi. Tutti criteri non oggettivi che conferiscono ai dirigenti un ampio margine di discrezionalità di giudizio. La collocazione in una fascia piuttosto che in un'altra avrà pesanti ripercussioni non solo sul salario ma anche sulla carriera, visto che la possibilità di fare passaggi sia economici che di livello è direttamente collegata alla presenza nella prima fascia. Una fascia di cui difficilmente faranno parte le donne, in quanto il doppio ruolo che ricoprono impedisce loro di avere quella affidabilità richiesta. L'altra metà del cielo ancora una volta pagherà in modo pesante la quasi totale assenza di servizi sociali nel nostro Paese e i tagli introdotti dalle varie Finanziarie che continuano a saccheggiare le già esigue risorse a disposizione per asili nido e scuole materne. I dati parlano chiaro: circa il 20% delle donne nel nostro paese lascia il lavoro alla nascita di un figlio e una percentuale altissima nella fascia di età tra i 35 e i 44 anni è costretta a ridursi l'orario di lavoro per prendersi cura dei figli minori. Le limitazioni al part-time e alla legge 104 rappresentano, pertanto, un vero e proprio spintone fuori dal mondo del lavoro. E tanto per non farsi mancare proprio niente, è stato introdotto anche l'aumento dell'età pensionabile per le donne che lavorano nella pubblica amministrazione in nome di una presunta parificazione dei criteri pensionistici tra uomini e donne. L'ennesima dimostrazione della volontà del governo di scaricare i costi della crisi sui lavoratori ed in particolar modo sulle lavoratrici, mentre si condonano i grandi evasori fiscali e si regalano soldi alle imprese che fanno massiccio utilizzo del lavoro precario. L'orario flessibile ed il rientro facilitato sono solo pannicelli caldi. Occorrerebbe invertire la rotta con delle misure strutturali da inserirsi in un più ampio progetto di ricostruzione di quello stato sociale smembrato e venduto a pezzi ogni giorno al mercatino di Arcore. Questo, però, è il paese delle veline e per le mamme lavoratrici si annunciano tempi sempre più duri.
Ernesto Ferrante