Spesso, la toponomastica è indice delle tendenze politiche dei vari comuni, ad esempio, Bologna è rinomata per la sua “sinistra” attitudine: nel capoluogo emiliano, infatti, si passa da Via Stalingrado a Via Carlo Marx, passando per Viale Ilic Uljanov Lenin. Parimenti, anche a Suzzara, nel mantovano, le vie dedicate agli illustri del comunismo si sprecano, ma a rovinare questa omogeneità tutta rossa, ci ha pensato, inconsapevolmente, il conservatore libertario Indro Montanelli che, da un giorno all’altro, si è trovato catapultato a “metà di viale Lenin, all'altezza di largo Marx”. E chissà quali vituperi avrebbe riservato Montanelli, all’assessore che gli assegnò tale dislocazione, a lui, l’alfiere italiano dell’anticomunismo. Se però vogliamo essere pignoli, il giornalista di Fucecchio, per un periodo, ha rischiato di essere annoverato proprio fra gli epigoni di Marx. Era il periodo, quello, della discesa in campo dell’uomo di Arcore e Montanelli, a causa della sua avversione a Berlusconi, risultò simpatico perfino ai post-comunisti che aveva sempre avversato.
Eppure, un Montanelli marxista (passatemi il termine) è esistito, certo, un revisionista. A testimonianza di tale periodo è la pubblicazione de I Libelli, edito da Rizzoli nel lontano ’75: “quando
In questa sede ci occuperemo del primo libello: “Mio marito Carlo Marx”. Il Marx di Montanelli è un piccolo borghese ossessionato dal blasone della moglie, sempre sull’orlo di una crisi di nervi, perché incapace di adattarsi a qualsivoglia ordinamento sociale. Un rancoroso, un economista fallito, un politico mosso dall’invidia provocata dagli altrui successi; è questo il Marx delineato da Montanelli che, per bocca di Jenny Von Westphalen (con-sorte di Marx), ripercorre gli ultimi anni di vita del filosofo di Treviri.
Caustico e pungente, Montanelli non si dilunga sulla trita e ri-trita analisi fra strutture e sovrastrutture, Montanelli non fa di certo un’apologia del materialismo storico; molto più semplicemente e argutamente, il nostro porta il lettore fin dentro i panni laceri dell’esistenza del filosofo. La voce narrante è quella di Jenny Von Westphalen, baronessa prussiana che, per scherzo del destino (i marxisti direbbero concretezza materialistica del divenire storico), si ritrovò a convivere con l’eterno squattrinato, nonché nipote del rabbino, Carlo Marx. Ed è proprio sulle intime contraddizioni del filosofo, che si gioca l’intera narrazione: l’antisemitismo viscerale che faceva a pugni con le sue origini, l’orgoglio proletario e l’ostentazione del matrimonio aristocratico, la difesa dei più umili e il trattamento che riservava alla servitù, ecc. ecc. In tutto questo, è costante la presenza dell’amico Engels, discepolo, co-autore delle opere di Marx ed eterno finanziatore di quest’ultimo. Infatti, sempre secondo Montanelli, se non fosse stato per Engels, la povera Jenny avrebbe fatto veramente la fame, anche se i pellegrinaggi dei coniugi Marx, al monte di pietà, saranno comunque frequenti. Una triade, insomma, nella migliore delle tradizioni della narrativa novecentesca.
In questo phamplet, Marx viene dipinto come un maestro che fagocita i suoi discepoli e compagni, tutti accusati di deviazionismo, anche se l’eresia ideologica è solo una scusa per poterli calunniare. E’, infatti, solo nella calunnia che Marx riesce ad eccellere, le accuse colpiscono uomini quali: “Arnold Ruge, Bruno Bauer, Herman Kriege, Michail Bakunin, Pierre-Joseph Proudhon e Ferdinand Lassalle”. Tutti colpevoli, nonostante il loro appoggio dato al filosofo, di essere più celebri e “inseriti” di quest’ultimo. Già, perché nonostante il tanto decantato proletariato, Marx non era affatto immune al fascino dell’aristocrazia e dei circoli letterari. Così, quando qualcuno dei suoi compagni diveniva celebre ed osannato dalla critica, Marx partiva con le calunnie contro il malcapitato; l’unico a salvarsi dalla carneficina fu il suo luogotenente, Engels.
Novello Mosè, dopo essersi trascinato per l’Europa, Marx espose le sue personalissime “tavole della legge” che, poi, avrebbero regolamentato la “religione” da lui fondata: “Leggi assolute, Leggi coercitive, Leggi infallibili, Leggi compulso rie”, come ci ricorda Montanelli. Ed è sempre quest’ultimo che, nel suo libello, traccia la struttura della religione marxiana: “una fede monocentrica, monolitica, monomorfica e per fino monospermica. D’ora in poi – scrive la moglie Jenny – il socialismo avrebbe perso ogni carattere dilettantesco, quello conferitogli dai vari Fourier, Proudhon, Saint-Simon e anche Weistling e Hess. Sarebbe diventato scientifico”. Ora, sul concetto di scientificità ci sarebbe da discutere, agli inizi del secolo scorso, un poeta-bandito scrisse: “con Marx l'anima umana è discesa all'intestino” e forse non aveva tutti i torti… Resta il fatto che, nonostante il carattere attribuito al suo socialismo, Marx era incapace di rispondere a poche semplici domande rivoltegli dalla moglie: ad esempio, se l’avvento del socialismo era inevitabile, proprio perché era l’economia a prevederlo, allora per quale motivo c’era bisogno di una rivoluzione per instaurarlo?
Insomma, da buon iconoclasta, Montanelli smonta Marx senza ritegno, pezzo per pezzo e non senza un’aderenza storica, anzi. L’unica pecca riscontrabile nel libello è il rapporto del duo Jenny-Engels. Se lo scrittore, nel suo phamplet, ci presenta due individui in armonia e accomunati dalla stima reciproca, nella realtà, le cose non stavano esattamente così. Infatti, Francoise Giroud, biografa di Jenny Von Westphalen, ci ha ricordato che quest’ultima era al quanto gelosa di Engels e dell’intimità che aveva con Marx. Intesa intellettiva, quella fra i due padri del comunismo, che spingerà Engels ad assumere la paternità di uno dei figli di Marx: Frederick, pargolo ottenuto dall’accoppiamento (2) fra il padre del marxismo e la sua serva, Lenchen Demuth, detta Nim. Del resto, il filosofo di Treviri aveva già avuto sette figli, tutti mantenuti, per lo più, dal buon cuore e soprattutto dal portafoglio di Engels, perché, nonostante Marx avesse capito tutto dell’economia e dei suoi processi, lui i soldi proprio non riusciva a farli, nemmeno quei pochi per sostenere la famiglia. E allora forse è vero che, come disse qualcuno, Il Capitale, piuttosto di scriverlo, avrebbe fatto bene ad accumularlo.
Romano Guatta Caldini
(1) La prima pubblicazione de “Mio marito Carlo Marx” risale alla prima metà degli anni ’50, del secolo scorso, per le Ed.Longanesi
(2) Essendo darwiniani i marxisti non me ne vorranno…