La fabbrica di Nichi asfalta il salotto di Massimo. Il cuore spezzato di Cinzia “sfratta” il pruriginoso Flavio (Delbono). L’esuberanza di De Luca mette in un angolo Bassolino. Se fosse ancora in vita Victor Hugo avrebbe materiale in abbondanza per scrivere una versione aggiornata dei suoi celeberrimi “Miserabili”. Nella Babele piddina c’è di tutto di più. Presunti mecenati che diventano questuanti. Incensati plenipotenziari che si riscoprono semplici garzoni. C’è chi parla di tradimento (il baffino) e chi parla di ingratitudine (Don Antonio da Afragola).
Pezzi di varia umanità, al cui confronto il minotauro è un capolavoro di eugenetica, si specchiano e si ritrovano improvvisamente nudi. Il Cardinale Massimo, un tempo orditore di trame e complotti, ha lasciato il posto ad un cagnolino spelacchiato e impaurito, bastonato ben bene, a colpi di primarie, nella sua Puglia, dagli amici di un tempo. La Boccia non ha raggiunto la linea del trionfo e nei casini(ani) è esplosa la rabbia.
Il partito rosso ha lasciato il posto ad un papocchio variopinto e pontificare sul Wa(l)ter non serve a nulla. Le vecchie strutture di consenso e di propaganda si sono ormai liquefatte. I vincoli di fedeltà tra la nomenklatura romana e quella periferica sono sempre più flebili. Dopo la Bolognina c’è solo la Bolognese. Anche le primarie, un tempo liturgia tra gli obamisti di casa nostra, suonano ormai come una bestemmia.
Il tempo stringe e la paura aumenta. Il serafico e conciliante Cavaliere del dopo duomo è un nemico molto più ostico di quello precedente.
L’antiberlusconismo non fa più presa e Bersani assomiglia sempre di più al fantasma di un segretario. L’Api di Rutelli e l’Udc dell’agognato Casini continuano a rubare pezzi. Il Pd pretenderebbe di essere un partito di governo ma sembra più una moderna Troia in fiamme. I sermoni di vecchi e nuovi predicatori da salotto sono aria fritta. Il grande poeta di Besançon li avrebbe definiti “Canti del crepuscolo”.
La barca sta per affondare: perché non chiamare Bertolaso? Lui sì che di emergenze se ne intende...
Ernesto Ferrante