03.12.2009
L\'opinione » u.g.

Etleboro
E’ sintomatico seguire i valori della produzione industriale dal 1991 ad oggi. Dato che nel 1991 tale valore fosse mediamente dell’1,5%, oggi è intorno allo 0,3%. Dunque, in diciotto anni di politiche liberiste, la capacità di crescita della produzione industriale italiana è diminuita di quattro quinti.

A smentita delle tesi liberiste, questa capacità di crescita è stata in ripresa dall’inizio del 2002 alla fine del 2006, quando le politiche di spesa, soprattutto per infrastrutture, sono state più espansive, mentre è precipitata dal 2007, quando la politica del rigorismo finanziario ha ripreso piede. E non si è potuta certo recuperare con il deflagrare della crisi finanziaria internazionale di fine 2008 e che ancora prosegue.

Tutto ha avuto inizio con l’ondata speculativa delle cosiddette “privatizzazioni”. I governi italiani – ma forse è più corretto dire Mario Draghi, ora governatore della Banca d’Italia, ma dal 1992 in poi “Il Privatizzatore” per antonomasia – hanno prestato la loro opera assassina in questa terapia d’urto.

Con lo slogan per cui ‘il pubblico non funziona ed il privato funziona meglio’, si sono messi nelle mani di alcuni privati, importanti settori strategici come quello bancario ed assicurativo, delle telecomunicazioni, siderurgico ed alimentare. Il processo oggi mira a radicalizzare questa privatizzazione anche sul fronte energetico (assalto al residuo pubblico dell’Eni) e di altri importanti settori pubblici di rilievo sociale (previdenza, sanità, istruzione, trasporti, risorse idriche).

Finora questi privati non hanno saputo fare meglio del pubblico, anzi hanno inciso sull’economia fisica in modo decisamente negativo, tagliando posti di lavoro de localizzando e chiudendo impianti produttivi.

L’orgia speculativa che si è impossessata dell’economia reale, del lavoro e della vita della gente, si è impossessata pure delle istituzioni pubbliche. La distruzione dello Stato sociale che va attuandosi arriverà alla più ampia distruzione dello Stato nazionale. Infatti, stupidi e corrotti amministratori pubblici si sono seduti al tavolo da gioco organizzato dall’oligarchia finanziaria operante attraverso il sistema bancario. I derivati finanziari, ossia quelle scommesse speculative che vedono coinvolte tutte le istituzioni bancarie del pianeta, hanno invaso i bilanci degli enti pubblici. 900 enti pubblici hanno nel proprio bilancio strumenti derivati per 10,5 miliardi di euro.

Allo stato attuale quelle che dovevano essere operazioni “assicurative” per alleggerire il debito degli enti pubblici, si sono trasformate in un cappio al collo dei contribuenti che si ritrovano ipertassati anche per pagare i debiti da gioco contratti dagli amministratori pubblici, e di cui creditori sono i principali istituti bancari.

La Corte dei Conti, si è espressa in merito a queste operazioni, con queste parole: “Il fenomeno è preoccupante perché le esposizioni finanziarie possono diventare progressivamente insostenibili... le gestioni future sono destinate a farsi carico degli effetti negativi loro tramandati, e che saranno difficili da sostenere”.

Assistiamo così alla perfetta concretizzazione del parassitaggio per opera dell’economia finanziaria ai danni di quella reale.

Se con la stessa decisione con cui si è lavorato per portare dalla mano pubblica a pochissime mani private una fetta importantissima del p.i.l., si lavorasse per ridare sviluppo all’economia nazionale e ridare esecuzione all’art. 3, 2° comma della Costituzione, la vita dei cittadini italiani non avrebbe niente a che fare con l’attuale no future generation.

E questo è quanto.

u.g.